
Il punto del Direttore (nonché Presidente dell’Ordine dei Geologi del Molise)
Negli ultimi giorni il fenomeno franoso che interessa Petacciato è stato al centro di un acceso dibattito mediatico.
Un dibattito che, purtroppo, ha visto intervenire numerosi soggetti privi di una reale conoscenza del contesto territoriale e geomorfologico, con il risultato di generare confusione, imprecisioni e, soprattutto, un danno evidente alla credibilità della categoria dei geologi.
Si è assistito a dichiarazioni superficiali e spesso contraddittorie: si è parlato di presunte responsabilità legate alla cattiva manutenzione del ponte sul Trigno, si è invocata genericamente la necessità di monitorare la frana, si è ipotizzata la presenza diffusa di argille nei terreni coinvolti, fino ad arrivare a descrivere il fenomeno come uno scorrimento lungo una superficie unica o addirittura come una frana da crollo legata all’erosione marina.
Tutte affermazioni che non trovano riscontro nella realtà tecnico-scientifica.
Si è arrivati anche a sostenere la necessità di studi più approfonditi, quasi a voler sottintendere una carenza di conoscenza del fenomeno. Per carità, è evidente che ogni evento calamitoso rappresenta sempre un’occasione per approfondire ulteriormente, aggiornare i modelli interpretativi e individuare soluzioni tecniche sempre più efficaci. Tuttavia, questo non può essere confuso con una presunta mancanza di studi o di dati.
La frana di Petacciato rappresenta, al contrario, uno dei fenomeni meglio studiati e monitorati a livello europeo.
L’area è dotata di sistemi di controllo avanzati, con tecnologie di monitoraggio continuo e sistemi di allerta tra i più moderni disponibili, che consentono una conoscenza dettagliata dell’evoluzione del dissesto.
Nel tempo, prima ancora dell’attuale disponibilità tecnologica, vi sono stati geologi della Regione Molise e dell’allora Provincia di Campobasso che hanno trascorso intere nottate in macchina a osservare e monitorare i movimenti del versante. Questo dice molto più di qualsiasi commento improvvisato.
Dal punto di vista geologico, la semplificazione operata da molti interventi pubblici risulta fuorviante.
I terreni coinvolti non sono costituiti semplicemente da argille superficiali: la struttura è ben più complessa, con livelli granulari formati da sabbie e ghiaie variamente cementate (con spessori di diverse decine di metri) che poggiano su livelli argillosi.
Questa configurazione stratigrafica condiziona profondamente il comportamento del versante.
Anche la dinamica del movimento è stata spesso descritta in modo errato. Non esiste una singola superficie di scorrimento continua e ben definita, ma piuttosto un sistema articolato di superfici di movimento distribuite a diverse profondità e quote, che rendono il fenomeno complesso e non riconducibile a modelli semplicistici.
Allo stesso modo, appare improprio il riferimento a una frana da crollo innescata dall’erosione marina al piede del versante.
Tale interpretazione non coglie la reale natura del fenomeno, che è riconducibile a processi evolutivi più articolati e a una dinamica gravitativa complessa, ben diversa da un meccanismo di crollo.
Si è arrivati perfino a contestare la progettazione di interventi attualmente in fase di appalto senza conoscere nel dettaglio i contenuti tecnici degli stessi, basandosi su valutazioni parziali o del tutto astratte.
Il problema più grave non è tanto l’errore tecnico in sé, quanto la leggerezza con cui vengono diffuse informazioni non verificate.
Quando a parlare sono professionisti che si qualificano come geologi, il danno diventa duplice: si disorienta l’opinione pubblica e si mina la credibilità dell’intera categoria.
In molti casi si fa riferimento a studi vecchi di decenni non per scelta consapevole, ma perché non si ha contezza della mole di materiale tecnico-scientifico prodotto nel frattempo. Si ignorano aggiornamenti, monitoraggi continui e approfondimenti recenti, costruendo così analisi fuori contesto e prive di attendibilità.
Quando si invoca la necessità della conoscenza geologica e poi ci si avventura in analisi tecniche complesse, suggerimenti progettuali non banali e critiche basate su dati incompleti, si finisce inevitabilmente per perdere autorevolezza.
Il rischio è che il contributo tecnico venga percepito alla stregua di una discussione da bar, priva del rigore e della responsabilità che la professione richiede.
Il territorio non si interpreta da remoto, ma attraverso conoscenza diretta, studio e aggiornamento continuo.
Parlare della frana di Petacciato senza conoscerne realmente la storia evolutiva e le caratteristiche geologiche significa contribuire a una narrazione distorta che non aiuta né la comprensione del fenomeno né la gestione del rischio.
Per questo è necessario riportare il dibattito su basi scientifiche solide, restituendo centralità alla competenza, alla conoscenza e ai dati.
Un dibattito che, purtroppo, ha visto intervenire numerosi soggetti privi di una reale conoscenza del contesto territoriale e geomorfologico, con il risultato di generare confusione, imprecisioni e, soprattutto, un danno evidente alla credibilità della categoria dei geologi.
Si è assistito a dichiarazioni superficiali e spesso contraddittorie: si è parlato di presunte responsabilità legate alla cattiva manutenzione del ponte sul Trigno, si è invocata genericamente la necessità di monitorare la frana, si è ipotizzata la presenza diffusa di argille nei terreni coinvolti, fino ad arrivare a descrivere il fenomeno come uno scorrimento lungo una superficie unica o addirittura come una frana da crollo legata all’erosione marina. Tutte affermazioni che non trovano riscontro nella realtà tecnico-scientifica.
Si è arrivati anche a sostenere la necessità di studi più approfonditi, quasi a voler sottintendere una carenza di conoscenza del fenomeno. Per carità, è evidente che ogni evento calamitoso rappresenta sempre un’occasione per approfondire ulteriormente, aggiornare i modelli interpretativi e individuare soluzioni tecniche sempre più efficaci. Tuttavia, questo non può essere confuso con una presunta mancanza di studi o di dati.
La frana di Petacciato rappresenta, al contrario, uno dei fenomeni meglio studiati e monitorati a livello europeo.
L’area è dotata di sistemi di controllo avanzati, con tecnologie di monitoraggio continuo e sistemi di allerta tra i più moderni disponibili, che consentono una conoscenza dettagliata dell’evoluzione del dissesto.
Nel tempo, prima ancora dell’attuale disponibilità tecnologica, vi sono stati geologi della Regione Molise e dell’allora Provincia di Campobasso che hanno trascorso intere nottate in macchina a osservare e monitorare i movimenti del versante. Questo dice molto più di qualsiasi commento improvvisato.
Dal punto di vista geologico, la semplificazione operata da molti interventi pubblici risulta fuorviante.
I terreni coinvolti non sono costituiti semplicemente da argille superficiali: la struttura è ben più complessa, con livelli granulari formati da sabbie e ghiaie variamente cementate (con spessori di diverse decine di metri) che poggiano su livelli argillosi.
Questa configurazione stratigrafica condiziona profondamente il comportamento del versante.
Anche la dinamica del movimento è stata spesso descritta in modo errato. Non esiste una singola superficie di scorrimento continua e ben definita, ma piuttosto un sistema articolato di superfici di movimento distribuite a diverse profondità e quote, che rendono il fenomeno complesso e non riconducibile a modelli semplicistici.
Allo stesso modo, appare improprio il riferimento a una frana da crollo innescata dall’erosione marina al piede del versante.
Tale interpretazione non coglie la reale natura del fenomeno, che è riconducibile a processi evolutivi più articolati e a una dinamica gravitativa complessa, ben diversa da un meccanismo di crollo.
Si è arrivati perfino a contestare la progettazione di interventi attualmente in fase di appalto senza conoscere nel dettaglio i contenuti tecnici degli stessi, basandosi su valutazioni parziali o del tutto astratte.
Il problema più grave non è tanto l’errore tecnico in sé, quanto la leggerezza con cui vengono diffuse informazioni non verificate.
Quando a parlare sono professionisti che si qualificano come geologi, il danno diventa duplice: si disorienta l’opinione pubblica e si mina la credibilità dell’intera categoria.
In molti casi si fa riferimento a studi vecchi di decenni non per scelta consapevole, ma perché non si ha contezza della mole di materiale tecnico-scientifico prodotto nel frattempo. Si ignorano aggiornamenti, monitoraggi continui e approfondimenti recenti, costruendo così analisi fuori contesto e prive di attendibilità.
Quando si invoca la necessità della conoscenza geologica e poi ci si avventura in analisi tecniche complesse, suggerimenti progettuali non banali e critiche basate su dati incompleti, si finisce inevitabilmente per perdere autorevolezza.
Il rischio è che il contributo tecnico venga percepito alla stregua di una discussione da bar, priva del rigore e della responsabilità che la professione richiede.
Il territorio non si interpreta da remoto, ma attraverso conoscenza diretta, studio e aggiornamento continuo.
Parlare della frana di Petacciato senza conoscerne realmente la storia evolutiva e le caratteristiche geologiche significa contribuire a una narrazione distorta che non aiuta né la comprensione del fenomeno né la gestione del rischio.
Per questo è necessario riportare il dibattito su basi scientifiche solide, restituendo centralità alla competenza, alla conoscenza e ai dati.